| Utente | Messaggio |
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12:46 7 Febbraio 2010
| Vincenzo
Member
| | Qualiano (NA) | |
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| messaggi817 |
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Tragedia, muore Franco Ballerini
Il c.t. della Nazionale di ciclismo, 45 anni, è morto dopo un incidente stradale a Larciano, dove correva un rally come navigatore. La disperazione dell'amico Bettini, che doveva correre con lui
MILANO, 7 febbraio 2010 - Franco Ballerini, 45 anni, c.t. della Nazionale di ciclismo, 4 titoli Mondiali e uno olimpico vinti sull'ammiraglia dal 2001, è morto all'Ospedale di Pistoia dopo un incidente avvenuto stamattina intorno alle 8.30 nella zona di Larciano, dove stava partecipando a un rally. Ballerini, grande appassionato di auto, faceva il navigatore al pilota toscano Ciardi: per motivi ancora da chiarire, la loro auto, una Renault New Clio Sport R3, è uscita di strada. Entrambi sono stati portati immediatamente all'ospedale pistoiese, ma Ballerini è spirato nonostante il prodigarsi dei medici. Il pilota è ancora in vita, ma in condizioni gravi, nel reparto di Rianimazione.
- Franco Ballerini in versione navigatore di rally
tragica sbandata — L'incidente è avvenuto in un tratto di strada all'interno di un bosco tra le località di Casa al Vento e Larciano. L'auto guidata da Ciardi, con Ballerini navigatore, ha sbandato e si è schiantata frontalmente su un muro, ribaltandosi. I soccorsi sono stati immediati, perché una postazione di soccorso della Misericordia era a 50 metri dal luogo dell'incidente. Le condizioni di Ballerini sono apparse subito disperate, in quanto l'impatto è avvenuto dal suo lato: per 45 minuti i sanitari hanno cercato di rianimarlo, poi hanno deciso di portarlo all'ospedale di Pistoia, ma ormai era clinicamente morto. Secondo il referto dei medici, nell’impatto Ballerini ha riportato gravi lesioni cerebrali, fratture alla base cranica, al torace e alla gamba sinistra. La salma è a disposizione dell’autorità giudiziaria: verrà effettuata l’autopsia. Il pilota Ciardi, invece, è in coma con fratture al bacino.
- Paolo Bettini conforta la moglie di Ballerini, all'ospedale. Ansa
cordoglio e shock — All'ospedale di Pistoia il primo ad arrivare, in lacrime, è stato Alfredo Martini, poi Paolo Bettini, Luca Scinto e tantissimi amici del c.t. Bettini avrebbe dovuto disputare con Ballerini il Rally Ronde di Larciano, ma aveva rinunciato perché impegnato ieri, come organizzatore, del Gran Premio Costa degli Etruschi. Ballerini, invece, aveva voluto esserci a tutti i costi, anche perché questo Rally era casa sua, si svolgeva sulle sue strade. Insieme, negli ultimi due anni, Ballerini (come navigatore) e Bettini (come pilota) avevano partecipato a sei rally.
- L'ultima Roubaix di Ballerini, nel 2001.
due trionfi a roubaix — Franco Ballerini , che lascia la moglie Sabrina e due figli, era nato l'11 dicembre 1964 ed era è il c.t. della Nazionale dei professionisti dal 1° agosto 2001. Aveva gareggiato sino a metà aprile di quell'anno, quando al Velodromo del Nord aveva concluso la carriera portando a termine la sua 13ª Parigi-Roubaix. Ballerini ha vinto la classica del pavé due volte (1995 e 1998). Nel suo palmares figurano anche la Tre Valli Varesine dell' 87; la Parigi-Bruxelles, il GP Americhe a Montreal di Coppamondo e il Giro del Piemonte del ' 90; la tappa di Morbegno al Giro e il Romagna del ' 91. Cinque le sue presenze in Nazionale da corridore: 4 da titolare, 1 da riserva.
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17:05 7 Febbraio 2010
| immagina1983
Member
| | Avellino | |
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Caspita…sono stata fino ad ora senza adsl e l'ho sentito per caso si raisport…non ci volevo credere…
Mi dispiace tanto…
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17:58 7 Febbraio 2010
| Giuseppe Costa
Member
| | Villabate (PA) | |
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La vita è una ruota che gira, nascono nuove vite e gli anziani ci lasciano, alla gioia di una nuova vita segue il dolore per la perdita di un anziano… ma c'è una logica, va accettato.
come in tutto ci sono le eccezioni, tra queste morire giovani, è innaturale che un genitore pianga il proprio figlio.
Mi chiedo dove si trovi la logica, mi chiedo se ci sia un destino, qualcosa di scritto che caratterizza la storia di ognuno di noi. Per il Ballero prima il sogno di diventare pro', poi entrare nella storia del ciclismo come atleta e come CT, quindi lasciare un vuoto prima come persona tra i suoi conoscenti poi nel mondo che era la sua vita, il ciclismo.
Ho paura, sono triste… questa non era la settimana giusta per una notizia del genere
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10 gruppi facebook per BALLERO che vola azzurro nei cieli:
1 Si dedichi il Giro d’Italia a Franco Ballerini (We ask that this year’s GIRO D’ITALA is denominated in Franco Ballerini’s unforgettable memory, and his lifelong contribution to defend cyclism’s quality against all its enemies) -
2 FRANCO BALLERINI PER SEMPRE NEI NOSTRI CUORI !!! -
3 Hommage à Franco Ballerini R.I.P 07.02.10. -
4 In memoria di Franco Ballerini. -
5 ADDIO FRANCO BALLERINI. -
6In memory of Franco Ballerini 1964 - 2010. -
7 indimenticabile FRANCO BALLERINI. -
8 Franco Ballerini non ti dimenticheremo mai! -
9 FRANCO BALLERINI CICLISTA GENTILUOMO -
10 Franco Ballerini Fan Club.
Indirizzo del primo:
http://www.facebook.com/group.php?gid=294361292063&ref=share&v=info
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Ho riportato l'articolo ripubblicato da Vincenzo sopra, come foto su twitpic: per diffonderlo.
http://twitpic.com/120r8j
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07:43 8 Febbraio 2010
| Renzo Abram
Member
| | Alta Anaunia | |
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La tragica scomparsa del C. T. della nazionale di ciclismo Franco Ballerini è una notizia che nessuno di noi avrebbe voluto leggere.
Ivan dopo la prematura scomparsa della madre Nives si chiedeva: perché proprio Lei? E con amarezza Ivan si dava la seguente risposta: a certe domande non ci sono risposte.
Sono le stesse domande che si è posto Giuseppe e che ci poniamo anche noi. Sono le domande di sempre.
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08:12 8 Febbraio 2010
| cristina
Member
| | besnate | |
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tornavamo felici e pienamente appagati dopo una mattina di sci di fondo in pieno sole….e alla radio abbiamo appreso la tremenda notizia…..il sole si e' spento e non siamo piu' riusciti a parlare per tutto il viaggio….. parlare voleva dire accettare la realta', renderla vera.
In quel momento era impossibile….solo davanti ai Tg, una volta a casa abbiamo dovuto arrenderci…..
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08:17 8 Febbraio 2010
| pimpa
Member
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l'ho saputo ieri sera di questa tragedia e mi dispiace un sacco. ballerini era uno che si notava.
Adesso vorrei solo che, in ricordo di lui, si parlasse solo di ciclismo per le gioie che da e non per il doping o altro. per una volta sola non accostiamolo piu a queste cronache tristi
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09:46 8 Febbraio 2010
| gioele
Membro
| | BONONIA | |
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… sono rimasto attonito!!!
mi è dispiaciuto moltissimo!!!!
Era una persona ammirevole!
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10:41 8 Febbraio 2010
| gianmala
Membro
| | Asti | |
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Ho letto e riletto le parole di Giuseppe e come dice Renzo sono le domande che ci poniamo tutti. Le domande di sempre. Personalmente credo che ci sia soltanto una risposta. E la risposta non la si trova nelle vicende umane. Assolutamente nulla è nelle nostre mani. Qualsiasi cosa accada è stabilita da “qualcosa” ben al di sopra di noi. E cio' che conta, probabilmente, inizia da quando si dice “addio”, volenti o nolenti, alla vita terrena. Sia che cio' avvenga sbattendo contro un muro in auto (incredibile il destino che ha accomunato due grandi Uomini di sport: Franco Ballerini e Gaetano Scirea!) sia dopo una lunga e dolorosa malattia. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui per qualcuno la vita è un “calvario” di sofferenze e per qualcun'altro quasi una festa. Umanamente, certo, non è spiegabile perchè un uomo come Franco e come una moltitudine di altri ci debba lasciare anzitempo..nessuno di noi è preparato. Figurarsi la sua famiglia. E allora dobbiamo sforzarci di pensare che Franco , dopo aver recitato al meglio il suo compito qui, tra di noi, adesso stia correndo con gioia la sua “Roubaix” più bella. Senza sassi.Senza pavè. Senza fine. E ci stia aspettando, tutti quanti, felice, al traguardo!
Ciao “Ballero”, senza retorica nel to caso, non ti dimenticheremo mai!!!
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12:08 8 Febbraio 2010
| cristina
Member
| | besnate | |
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…..Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione”. (Timoteo 2 cap.4)
accettare la morte dopo lunga malattia….non e' piu' facile, non e' “meno peggio” si ha solo piu' tempo per elaborare il dolore, rassegnarsi e cercare di “farsene una ragione”……
All'improvviso cosi', come e' successo alla famiglia Ballerini e' terribile…. preghiamo solo che trovino la forza di aggrapparsi al suo ricordo per andare avanti sicuri che al loro caro si possono davvero applicare le parole di cui sopra.
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12:42 8 Febbraio 2010
| Vincenzo
Member
| | Qualiano (NA) | |
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franco era prima di tutto un grande uomo perciò la sua morte non sarà facile da accettare soprattutto dalla sua famiglia,spero solo che franco da lassù possa dare quella forza necessaria per andare avanti ai suoi familiari che non potranno mai farsene una ragione del perchè franco abbia dovuto lasciarli cosi.a noi che nnon lo conoscevamo personalmente ma come corridore e poi come c.t. ci lascia il ricordo di un combattente in bici e di uno che metteva il gruppo davanti a tutto nelle sue nazionali questo lo ha reso forse anche più grande del ciclista che fù perchè solo un grande uomo può riuscire a mettere insieme tanti campioni come nelle sue nazionali e far si che tutti mettano il bene comune davanti al proprio.
ciao franco ti voglio salutare con una frase di giampaolo ormezzano che descrive al meglio ciò che sei stato:“dei defunti si parla sempre bene, ma di lui non si poteva che parlar bene anche da vivo”.
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12:46 8 Febbraio 2010
| Vincenzo
Member
| | Qualiano (NA) | |
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Bettini: “Voglio credere che non si sia accorto…”
Il dolore di Paolo Bettini all'ospedale di Pistoia. “Ho voluto vederlo su quel lettino. Franco era uno come me, non si tirava mai indietro”
PISTOIA, 7 febbraio 2010 - Ospedale di Pistoia, c’è anche Paolo Bettini. “Voi siete pazzi, ci dicevano. Si riferivano al ciclismo, alle corse, alle discese. Voi siete pazzi, ci ha detto anche Valentino Rossi. I pazzi siete voi, gli rispondevamo. La verità è che se non si è un po’ pazzi, non si corre. Né in moto né in bici e forse neanche a piedi. La nostra è sempre stata una vita di corse, e di corsa. Non siamo stati da pantofole. Eppure, con tutte le pazzie corse e ricorse, doveva succedere non nudi su due ruote che sfiorano la strada su una gomma di un centimetro, ma in una macchina, nata per essere sicura. Ero a casa quando mi è arrivata, stamattina, una telefonata. Ha avuto un incidente, è grave, molto grave, lo stanno rianimando, sembra che ce la possa fare. Il guaio è che una telefonata così mi era già arrivata un’altra volta: la prima volta ci credi, ci vuoi credere, la seconda capisci al volo che non è vero. Sono corso qui, all’ospedale. Mi hanno detto che era di là. Ho voluto andarlo a vedere, perché non ci credevo, e se non lo avessi visto, non ci avrei creduto. L’ho visto. Disteso, concentrato, silenzioso. Come se fosse concentrato su quello che doveva fare. Voglio credere che non si sia accorto di niente, non ne ha avuto il tempo, forse era veramente concentrato sul percorso, una curva a destra, un rettilineo, poi una curva a sinistra. A quella curva a sinistra non è mai arrivato. Franco era uno che, come me, non si tirava mai indietro. Ad altri, forse, sembra che il tempo ci sia sempre, a noi, e a quelli come noi, no. Gli altri aspettano che l’occasione passi sotto la loro finestra, noi no, noi la portiamo sotto la nostra finestra pur di vederla passare. Quando eravamo insieme, si tornava bambini: prima nel ciclismo, poi anche nei rally, e sempre nella vita. Noi due, le nostre famiglie, la famiglia del ciclismo. E adesso, adesso non lo è più, adesso mi chiedo se Dio c’è oppure no, adesso è un casino”.(Gazzetta)
sarebbe bello che non si sia accorto di niente perchè sai che terrore nel vedere la morte che ti prende
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12:46 8 Febbraio 2010
| Nathalie5
Membro
| | FRANCIA | |
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Come Cristina ho appreso la notizia dopo una mattina di sci sotto uno stupendo sole. Ho guardato twitter sul mio cel e ho letto la terribile notizie . Non volevo crederci. Che tristezza , in questo caso è davvero diffcile trovare le parole. Un abbraccio sincero alla famiglia di Franco.
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12:55 8 Febbraio 2010
| Vincenzo
Member
| | Qualiano (NA) | |
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| messaggi817 |
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ecco un pò di articoli di giornali di oggi su franco,questo vuole eseere il mio modo di ricordarlo
Quel primissimo pomeriggio del ’95 Franco Ballerini era appena sceso dal podio del mitico Velodromo di Roubaix. Tenta e ritenta, aveva realizzato finalmente il suo sogno: vincere una Parigi-Roubaix. La sua prima, dopo il boccone amaro della beffa al fotofinish, di due stagioni avanti, “bruciato” dall’ “enfant du pays”, quel Duclos Lassalle che sfruttando il suo lavoro e la sua generosità lo aveva poi preceduto di un’inezia sul traguardo. Aveva vinto con autorità, in solitario: allungo imperioso a 32 chilometri dal traguardo. Alla sua maniera: di forza e potenza, volando senza sforzo apparente le aride pietre della “Reine”, la regina delle classiche. Da passista robusto, piazzato e testardo, maestro in quello splendido gesto tecnico che consiste nel “galleggiare” sul pavé della storia a oltre 45 di media. Si fermò un attimo, appena lasciata la folla trionfante, e mi mostrò le mani. Erano rosse e piagate dalle lunghe ore di scossoni e rimbalzi: “Vedi – disse sorridendo - puoi dire o scrivere quello che vuoi sui guai di questo ciclismo, ma alla fine vedi cosa ci vuole anche per vincere?”. Erano gli anni di un ciclismo già discusso e il “Ballero” era perfettamente consapevole delle contraddizioni della realtà in cui era immerso, ma anche del grande amore e dedizione che questo bistrattato sport dei pedali richiede comunque. A chi lo pratica e a chi lo ama. E lui lo amava veramente. “Mi piace tutto della Parigi-Roubaix – diceva – l’atmosfera, la gente, la sua polvere le sue pietre perché quando entri solo nel velodromo ti sembra di volare; senti come qualcosa di magico dentro di te”. Già, una scossa pazzesca di adrenalina, come quella che poi probabilmente andava cercando nei rally, una volta sceso di bici. La magia di un ciclismo forse non limpidissimo, ma bello perché umanissimo e severo. E il ciclismo non poteva non amarlo. Al di là del suo palmares scarno, ma di grande qualità tutto centrato sulle due “Roubaix” (’95 e ’98); oltre un secondo un terzo, un quinto e un sesto posto, a significare il feeling assoluto con questa corsa da altri odiata e fuggita come la peste. In quegli anni Franco a primavera usciva dal letargo dell’interesse dei media per diventare il nostro “uomo-Roubaix”. Con lui rivivevano idealmente i fasti dei vari Coppi, Bevilacqua, Gimondi, Moser (tre vittorie di seguito: ’78, ’79, 80). Amato, amatissimo, perché la gente – e non solo quella del’ambiente dei pedali - percepisce a pelle il costo in termini di fatica e sofferenza di certe vittorie. Fatte le dovute proporzioni, la stessa dura sofferenza dell’uomo di tutti i giorni. Della vita di tutti i giorni.

Anche se poi Ballerini ha vinto pure una Tre Valli Varesine, una Parigi-Bruxelles, una tappa del Giro, aveva conquistato il cuore della gente con la generosità del gregario. Forte, fortissimo; gregario “di lusso” si direbbe oggi, ma pur sempre un po’ in ombra tranne che nei magici giorni della Roubax. Per questo alla sua ultima partecipazione approdando lontano dai primi al mitico velodromo, scoprì sotto la divisa una maglietta con su scritto “Grazie Roubax”. Il popolo del ciclismo ama i gregari e lui per anni si era votato a capitani come Chioccioli (il popolare “Coppino”, vincitore del Giro ’91), Saronni, Fondriest, il belga Museeuw, una sorta di dio in terra dalle sue parti, dominatore di Fiandre (3 volte) e Roubax (2002) e poi un certo Bugno, due volte iridato.
E’ allora che Franco a cominciato a costruire il suo “dopo” da ct azzurro, iniziato appena sceso di bici nel 2001. Nell’affetto del suo padre putativo, Alfredo Martini il ct storico del ciclismo nostrano, che da presidente onorario della Federciclismo lo volle in quel ruolo dopo la gestione Fusi; nella stima e comprensione dei suoi ex compagni di sudore e fatica. Ci fu un solo momento di disorientamento, quando i nostri si fecero la guerra in quel del mondiale di Lisbona, sua prima esperienza in panchina (l’ormai celebre “tradimento” di Lanfranchi) e Bettini finì secondo battuto dallo spagnolo Freire, astro nascente.
Da allora scattò qualcosa in Ballerini e nella sua nazionale. Qualcosa che lui sapeva infondere e che trasformava per un giorno atleti avversari e rivali agguerriti in amici, colleghi altruisti e disciplinati. Il “miracolo” di Ballerini era proprio questo: lui sapeva toccare le corde giuste di atleti che solo qualche stagione prima erano corridori al suo fanco. Si fidava di loro e loro si fidavano di lui. Così sono arrivati i 4 successi iridati: Cipollini nel 2001, due volte Bettini (2006 e 2007), Ballan, solo due stagioni fa. E il titolo olimpico (Bettini 2004, nella foto accanto di due sul podio di Atene).
Incredulità, dolore, sgomento: la tremenda notizia della morte di Franco Ballerini, direttore tecnico della Nazionale azzurra, ha scosso come una folgore il mondo dello sport italiano. L'incidente fatale è avvenuto nella zona di Larciano durante un rally al quale Ballerini stava partecipando come navigatore del pilota toscano Alessandro Ciardi. L'auto è uscita di strada. Nonostante l'immediato trasporto in ospedale il ct azzurro del pedale è spirato senza riprendere conoscenza.
“Franco era una persona straordinaria sotto tutti gli aspetti: non era solo un grande ct, era anche un grande amico. E questo non sempre succede tra dirigenti e tecnici”. Il presidente del Coni, Gianni Petrucci, ricorda così il ct, interpretando lo sgomento di tutto il mondo dello sport, che “piange ora una grande persona. Di lui ho tanti ricordi, ma un'immagine adesso mi torna incessantemente agli occhi: io che alle Olimpiadi di Atene vengo lanciato in aria da Ballerini dopo la vittoria di Bettini, nel primo giorno di gara dei Giochi”. Una perdita che si farà sentire, umanamente ma anche tecnicamente, e che si aggiunge ad un periodo davvero nero per i ct, visto le recenti morti di Carlo Carnevali (scherma, spada) ed Alberto Castagnetti (nuoto), altri coach vincenti che ci hanno lasciato troppo presto. A prendere il posto del 'Ballero' potrebbe essere proprio Bettini, nel segno di una continuità di cui il ciclismo italiano ha decisamente bisogno.
da «La Repubblica» del 8 febbraio 2010
a firma Eugenio Capodacqua
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12:57 8 Febbraio 2010
| Vincenzo
Member
| | Qualiano (NA) | |
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La morte non merita mai aggettivi, ma stavolta un po’ ingiusta lo è stata: non c’è persona, fra chi ha conosciuto bene Ballerini, che non senta di avere perso un fratello o un figlio. Perché Franco non era solo buono, bravo, grande, equilibrato, intelligente, garbato e signorile come lo ricordano tutti nel momento del dolore: più semplicemente, era un uomo raro. Di quelli, insomma, che ti migliorano la vita quando li incontri e diventano facilmente amici: per questo, non dovresti perderli mai. Di Franco Ballerini se ne possono raccontare tanti, ma in realtà ne è esistito soltanto uno: il corridore prima e il commissario tecnico poi sono sempre andati allo stesso passo della persona. Così il ciclista e il ct sono stati di spessore, come di spessore sono stati i risultati che, il secondo più ancora del primo, è riuscito a ottenere: dentro c’era la qualità di uno spirito mai sopra le righe e sempre un tono sotto, perché del «Ballero» non si racconterà mai altra forza che quella del dialogo.
IN QUESTO e in tante altre cose, Ballerini è stato la felice continuazione di Alfredo Martini, il maestro del quale si è sentito quotidianamente allievo anche quando ha cominciato a prenderne le stesse sembianze nell’albo d’oro: non per falsa umiltà, ma per una forma di rispetto che gli ha sempre consentito di fare convivere gli esempi antichi del ciclismo con le idee moderne. Le sue, in particolare, diventate scudo in un mondo che come ct lo ha accolto con lo snobismo riservato a chi non è stato fuoriclasse: un mondo che, davanti all’evidenza dei risultati, ha dovuto riporre critiche e polemiche. Questo, forse, resta il vero capolavoro di Ballerini: con la sua idea di fare della Nazionale una squadra, è riuscito a compattare anche l’ambiente del ciclismo. Non un fuoriclasse, in bici è stato campione nelle corse che amava. Più di tutte, la Parigi-Roubaix: prima di vincerne un paio (nel ’95 e nel ’98), ne ha persa una in modo clamoroso, facendosi beffare sul traguardo da un vecchio francese, Duclos Lassalle, che lo aveva pregato di non staccarlo. Ci restò male, ma reagì in perfetto stile Ballerini: «La prossima volta, la lezione servirà».
A FARE tesoro delle lezioni, ha imparato subito anche commissario tecnico: buttato nella mischia soltanto due mesi prima del Mondiale 2001, vide la sua prima Nazionale naufragare tra azzurri che si inseguivano fra loro e capitani che andavano a giocarsi la volata per conto proprio. Con la sua silenziosa autorità, Ballerini girò pagina già l’anno dopo, trasformando l’Italia da un elenco di primedonne in un gruppo vero: così ha raccolto quattro titoli iridati (Cipollini nel 2002, Bettini nel 2006 e 2007, Ballan nel 2008) e un’Olimpiade (ancora con Bettini ad Atene 2004), anche se il suo vero orgoglio era avere dato uno spirito collettivo e il senso di appartenenza a chi indossava la maglia azzurra. Mai in prima fila nelle vittorie, al servizio della causa Nazionale per 365 giorni l’anno, anche quando il destino gli ha inflitto la sofferenza di una malattia che il figlioletto è riuscito felicemente a sconfiggere, Ballerini si faceva voler bene anche fuori dal recinto del suo sport perché non aveva l’arroganza del vincitore, ma la serenità di chi sa ascoltare tutti. Un uomo giusto, che ci lascia una sola ingiustizia: costringerci a scrivere queste cose così presto.
da «Il Resto del Carlino» dell'8 febbraio a firma Angelo Costa
da «Tuttosport» dell'8 febbraio a firma Paolo Viberti Se n'é andato un amico, uno di quei volti che cercavamo nella carovana per essere un po’ più tranquilli. Perché lui, il Ballero, ci avrebbe spiegato ciò che pareva indecifrabile, andando come sempre al di là di quello che gli episodi potevano suggerire. Da ieri mattina Franco Ballerini non c’è più, lui che ha rischiato per anni di fracassarsi la testa pedalando senza casco sulle pietre aguzze della sua Roubaix se n’è andato a bordo di una vettura da rally, sbattendo contro un muro. Un attimo, una vita.
FRATELLO «Per il Ballero farò sino in fondo il mio dovere»: era quello l’editto dei “suoi” corridori azzurri, che una volta all’anno vestivano la maglia della Nazionale per dimostrare al mondo che noi italiani siamo ancora i più leali, i più affiatati, pur vivendo in un Paese dilaniato e incancrenito da mille problemi sociali. L’Italia di Ballerini era una testuggine quasi invincibile, perché il ct dal volto umano aveva assimilato meglio di chiunque altro il “verbo” unico e immortale del grande saggio dello sport di casa nostra, Alfredo Martini, un vero padre putativo. E i corridori convocati erano pronti a sacrificarsi per il Ballero prima ancora che per una medaglia d’oro. Perché lui non poteva essere tradito. Anche i non selezionati finivano poi per cercarlo, per capire il motivo di quelle inattese e brucianti esclusioni, ben sapendo che Franco non conosceva la parola disonestà.
CORRIDORE In bicicletta dovette fare i conti con un avversario implacabile, l’allergia da polline, che gli impedì di svettare quando la natura impazza nel fare l’amore, proprio durante il Giro d’Italia. E allora il Ballero si sbizzarrì in altre stagioni. Nel 1990 diventò il “Principe d’Autunno”, perché nel breve termine di un paio di settimane vinse anzi dominò il Giro del Piemonte, la Parigi-Bruxelles e il Gran Premio delle Americhe in Canada, allora compreso nel circuito di Coppa del Mondo e dunque frequentato dall’élite del ciclismo internazionale. Ma in cuor suo aveva in mente di imitare Francesco Moser, il nostro ultimo Monsieur Roubaix, perché il pavé e il fango e la polvere facevano parte del suo modo di concepire il ciclismo.
PAVE’ «Se vuoi vincere questa corsa - disse al singhiozzante Dario Pieri nel dopocorsa del 2003, con il toscano beffato da Peter Van Petegem dopo una fuga solitaria - devi imparare a perderla». Ecco, era questa la grandezza di Franco Ballerini, la sua incredibile capacità di crescere nelle delusioni, nel dolore, nei momenti difficili. Perché lui sul pavé era stato sbeffeggiato in modo ignobile da Gilbert Duclos Lassalle, francese in una classica francesissima, nel finale della Roubaix del 1993, quando Franco che stava dominando s’impietosì dell’appello dell’allora trentanovenne transalpino, che così si rivolse al Ballero a 12 chilometri dal velodromo: «Francò, tienimi con te, sono all’ultima Roubaix, non staccarmi nel finale, mi basta arrivare al tuo fianco in pista, sei tu il più forte, non chiedo altro che un onorevole secondo posto». Franco gli rispose di restare a ruota, fiero di quell’ammissione di resa. Ma in pista il fedifrago Duclos Lassalle si liberò lo pugnalò alle spalle, vincendo di pochi centimetri dopo aver ritardato lo sprint sino alla fine, affinché quello sprovveduto italiano non si rendesse conto di quanto fosse atroce la congiura. Franco imparò quella lezione e nel ‘95 e ‘98 visse in modo perentorio, arrivando tutto solo. E nel 2001, quando si classificò al 32° posto nell’ultima sua fatica agonistica, i francesi gli tributarono un applauso infinito, con il nostro che scoprì un sottomaglia con la scritta “Merci Roubaix”.
CT Da quello stesso 2001 Franco salì sull’ammiraglia azzurra, spinto e ispirato da Martini. E rivelò tutte le qualità umane che come corridore aveva lasciato intuire. Fu l’uomo a fare la differenza, anche stavolta imparando a vincere dopo aver capito che cosa volesse significare perdere (al Mondiale di Lisbona 2001 qualcuno lo tradì, perché non aveva ancora compreso con che razza di straordinario uomo avesse a che fare…). Quattro maglie iridate con Cipollini 2002 (quell’Italia venne additata da tutto il mondo come la squadra più coesa nella storia del ciclismo), Bettini 2006, Bettini 2007 e Ballan 2008. Un oro olimpico con Bettini 2004 e ci sarebbe anche l’argento di Rebellin 2008, senza il mistero del doping. Sempre con classe, Franco Ballerini, nei tanti trionfi come nelle poche sconfitte.
SEGRETO Come quella del Mondiale 2005 a Madrid, quando Franco incassò i “je accuse” di tanta stampa (”Ballerini giù dall’ammiraglia!”, tuonarono molti giornali) con invidiabile filosofia: «Io so perché abbiamo perso - ci disse tristtissimo - e potrei sbandierarlo ai media ma così facendo esporrei un mio corridore a una brutta figura. Preferisco assumermi la responsabilità della sconfitta e se vogliono sostituirmi accetterò la decisione federale». Non scrivemmo nulla, se non che a nostro avviso quell’uomo meritava la piena conferma. Il presidente Renato Di Rocco si confermò uomo di spessore e tenne al suo posto il suo paladino, che lo ricompensò a suon di trionfi.
VUOTO Per tutto ciò, abbiamo perso un amico, un fratello che sorrideva perché conosceva dolore e sofferenza, anche negli affetti veri. Alla moglie Sabrina e ai figli Gianmarco e Matteo che hanno autorizzato l’espianto degli organi giungano le nostre condoglianze. Addio, uomo straordinario. Che tu possa trovare anche lassù il tuo amato pavé.
DA BOTTERO A CASTAGNETTI, CHE PERDITE!
Il miracolo dello sport italiano, eternamente competitivo a dispetto di una situazione economica e sociale tutt’altro che rosea, è da attribuire soprattutto a loro, ai nostri tecnici. In questo ha ragione Petrucci: noi abbiamo gli allenatori più bravi del mondo. Non per niente ne esportiamo tanti e in questo il basket che tanto pena come risultati di squadra è un esempio lampante soprattutto con Ettore Messina e Sergio Scariolo. Negli ultimi anni, però, alcuni dei nostri maestri allenatori sono stati stroncati dal destino: il due gennaio del 2006 se n’è andato Severino Bottero, uno dei migliori istruttori dello sci alpino, disciplina slalom gigante. E gigante lui stesso, uomo di invidiabile spessore. Morì a 47 anni in un incidente stradale fra Sallanches e Cluses, poco prima dell’alba. Per ironia della sorte, nella stessa identica data del 2 gennaio - che si portò via anche Fausto Coppi… - ma dell’anno scorso è morto a 52 anni Carlo Carnevali, maestro della spada azzurra che aveva forgiato tra gli altri un campione assoluto come Matteo Tagliariol. Il 12 ottobre scorso, poi, toccò al nostro genio del nuoto, il veronese Alberto Castagnetti, deceduto a 66 anni per le conseguenze di una delicata operazione cardiaca dopo aver creato un’intera squadra a livelli mondiali. Adesso è toccato a Franco Ballerini, un altro straordinario esempio di appassionato dello sport e di fine psicologo nei rapporti con i suoi atleti. Resta lo sgomento nel vedere il destino impietoso accanirsi proprio contro coloro che hanno aperto una strada, indicato la via, autentici punti di riferimento per chi voglia fare bene. Siamo sicuri che anche il Ballero, come gli altri, abbia lasciato la chiave dello scrigno. Come sanno fare solo i grandi uomini, che non conoscono l’invidia. P.VIB.
FORZA, BETTINI. TOCCA A TE! LUI TI GUIDERA'
«Tutti noi abbiamo perso un grande amico, anzi un fratello. Sono senza parole, penso con immensa tristezza al dolore e al senso di vuoto che proveranno tutte le persone che come me gli hanno voluto tanto bene. Non riesco a capacitarmi, non posso neppure criticarlo per i rischi che correva nel prendere parte ai rally, perchè le corse in auto erano la sua passione. Come la mia, d’altronde. E poi, il Ballero ha rischiato la vita mille volte pedalando in corsa. Correva la Roubaix senza casco, si buttava in discesa sulle strade delle Dolomiti e non ha mai avuto problemi. Il destino lo ha preso ora in un momento di divertimento. È stato lui ad avvicinarmi al mondo dei rally. Se c’era una cosa a cui Franco teneva era la sicurezza. Mai un azzardo. E’ atroce che se ne sia andato così»: Paolo Bettini è stato uno dei primi ad accorrere all’ospedale di Pistoia, dove ieri mattina il povero Franco Ballerini è stato trasportato d’urgenza dopo l’incidente nel corso del rally. Il Grillo e il Ballero erano legatissimi: nelle Nazionali di Franco il due volte campione del mondo ha sempre ricoperto un ruolo di assoluto primattore. Questione di stima reciproca, di affinità tattiche, di identico modo di preparare l’appuntamento e di correrlo. E’ cinico e stupido parlare oggi di quello che accadrà sull’ammiraglia azzurra a partire dal Mondiale di Melbourne, nel prossimo settembre. Ma personalmente chiediamo al presidente federale Renato Di Rocco che Paolino Bettini venga promosso sull’ammiraglia. Perché rappresenta l’ideale traint d’union da Martini a Franco per arrivare sino a lui, al Grillo che conosce come si corra da gregario (lo ha fatto per anni, inesauribile il suo disperato tentativo di riportare Bartoli sul gruppetto Ullrich ai Giochi di Sydney 2000) ma anche da capitano. E poi proprio Bettini come Ballerini sa reagire alla tragedia del dolore, come seppe fare in un memorabile Giro di Lombardia del 2006, vinto con le lacrime agli occhi pochi giorni dopo aver perso il fratello maggiore Sauro, anch’egli perito in un incidente stradale. Vài, ct Grillo: il Ballero ti darà i giusti consigli da lassù. P.VIB.
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12:58 8 Febbraio 2010
| Vincenzo
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A testa bassa sulle pietre, con il fango che ti entra in gola, forse quel pensiero almeno per un attimo ti attraversa la mente: la strada è una bestia che ho imparato a domare, oggi e per sempre. Ma la strada di Franco Ballerini aveva una curva più lunga del suo destino e si è ripresa in un attimo maledetto tutto quello che gli aveva dato, lasciando il ciclismo italiano senza punti di riferimento, come in un’altra straniante domenica di febbraio, nel 2004, quando morì Marco Pantani. Prima di diventare un tecnico vincente e innovatore, il «Ballero» impara a danzare di gioia (e di rabbia) sul pavé sconnesso della Parigi-Roubaix, la sua corsa: nel ’94, dopo la famosa beffa del francese Duclos Lassalle, piange e ripete meccanicamente «io ho chiuso, smetto qui». Nel ’95 e nel ’98 le pietre però si rivelano più dolci e lo lanciano nel club ristretto dei grandi. Nel 2001 chiude la carriera proprio nel velodromo, incrostato di fango dalla testa ai piedi, al trentaduesimo posto. Si apre la maglia e mostra bene la scritta «Merci Roubaix», con il pubblico in piedi ad applaudire: l’espressione mentre taglia l’ultimo traguardo è quella di un uomo in pace con se stesso. Uno che sulla strada si sente a casa. Da cittì, Ballerini lastrica d’oro il cammino del nostro ciclismo. Nasce come tecnico ragazzino, a 36 anni sulla «panchina» della nazionale a Lisbona 2001: fa i conti con un argento (Bettini) e mille incomprensioni che gli schiariscono le idee. Da lì in poi, la sua sarà la Squadra con la esse maiuscola ed è l’inizio di un percorso che è già storia: Mario Cipollini campione del mondo a Zolder 2002, Paolo Bettini olimpionico sulla collina del Licabetto ad Atene 2004, ancora il Grillo, due volte iridato a Salisburgo 2006 e Stoccarda 2007. L’ultimo capolavoro è il trionfo di Ale Ballan, un ragazzone delle pietre come lui, a Varese nel 2008: forse la migliore interpretazione dall’ammiraglia del c.t diventato Re Mida, e non più solo «Basettoni», come lo chiamava qualcuno per le sue leggendarie basette. Lui, che non alzava mai la voce ma era rispettato da tutti, aveva una gestione del ruolo che lo avrebbe portato ad altre vittorie, almeno fino a Londra 2012, quando aveva in mente di lasciare: magari proprio a Bettini che ora è uno dei principali candidati alla successione, assieme a Davide Cassani e Maurizio Fondriest. La capacità di ascoltare tutti, per primo il suo padre putativo Alfredo Martini, per poi decidere solo con la propria testa, era la cifra stilistica del «Ballero» in versione cittì. Intelligente, furbo come solo un ciclista toscano può essere, ma anche uomo di mondo, capace di tessere buoni rapporti con tutti, in un ambiente non semplice da tenere in pugno, tra invidie, colpi bassi e scandali: se c’era una cosa che ultimamente lo aveva fatto arrabbiare spesso erano i clamorosi casi di doping, da Riccò a Di Luca, passando per Rebellin che a Pechino gli aveva regalato un argento che poi si è rivelato falso. I corridori, anche quelli delusi dalle sue esclusioni, lo hanno sempre considerato uno di loro. E il «Ballero», che si è giocato la faccia, se non il posto, una volta all’anno, non ha mai perso di vista i suoi cavalli. Sabato era a Donoratico per la prima piccola classica stagionale: quel Petacchi che a 36 anni non sbaglia un colpo sarebbe stato uno dei suoi uomini per il prossimo Mondiale, a Melbourne in Australia. La strada di Ballerini non arriverà fino a lì, ma quello che ha seminato resta, va difeso e preservato: come un fiore tra le pietre.
da «Il Corriere della Sera» a firma Paolo Tomaselli
Quando, nella primavera del 2001, concluse la sua ultima Parigi-Roubaix al trentaduesimo posto, il pubblico del velodromo francese lo salutò con un lungo applauso, come fosse il vincitore. E lui, Franco Ballerini, il ”re del pavè”, ringraziò tutti mostrando la maglietta con la scritta “Merci Roubaix”. Da ciclista aveva costruito la sua carriera e la sua fama correndo da protagonista la più massacrante delle classiche, che disputò 13 volte, vincendola nel 1995 e nel 1998. I francesi lo amavano per quel carattere tenace, sempre battagliero, mai riluttante alla fatica, alla sofferenza. Ballerini era più conosciuto e apprezzato in Francia che in Italia, proprio per quel modo tutto personale di interpretare la più difficile delle corse in linee. Usciva dalla Foresta di Aremberg come un guerriero spartano, sempre pronto a sferrare l’assalto decisivo sugli acciottolati che rendono terribile e inimitabile la Roubaix. Nel finale lui c’era sempre a giocarsi il successo. Nel suo palmares figurano anche una Parigi-Bruxelles, una tappa al Giro e una Tre Valli Varesine. Aveva un problema, che ne ha condizionato la professione. Soffriva di una grave forma di allergia che, nei mesi primaverili, gli impediva di esprimersi al massimo nelle corse a tappe. Anche per questo motivo prese parte soltanto a 5 Giri d’Italia. La rinuncia di Giuseppe Saronni gli regalò la grande chance di scendere dalla bicicletta per salire, appena 3 mesi dopo, sull’ammiraglia dell’Italia. La svolta della vita. Nel 2001, sponsorizzato dallo storico ct, Alfredo Martini, che lo considerava alla stregua di un figlio, Ballerini divenne commissario tecnico a soli 37 anni. Sceglieva il ciclista sul quale puntare e, attorno a questo progetto, spesso vincente, costruiva la squadra, l’unica nazionale insieme soltanto per una giornata all’anno. Un’avventura esaltante e costellata di successi: ben 4 Mondiali (Cipollini, Bettini 2 volte, Ballan: 3 titoli consecutivi) e una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene, ancora con Paolo Bettini, suo grande amico. All’ultimo Mondiale di Mendrisio ha voluto al suo fianco proprio Bettini per cementare quel rapporto, fra tecnico e ciclisti, che Ballerini ha sempre curato con particolare attenzione. Dei corridori ha saputo interpretare gli umori, le sensazioni e le difficoltà di coesistenza. Ma, con abilità e tatto, ne ha smussato comunque gli angoli, parlando sempre con chiarezza a tutti e costruendo una squadra compatta. E tutti gli hanno sempre garantito il massimo in nome della maglia azzurra. Sposato con 2 figli, amava la caccia e gli amici, era sorridente, affabile, disponibile. Da un paio d’anni aveva scoperto la passione per i motori perché, da ex atleta, gli piacevano ancora l’agonismo, le sfide, le avventure. L’esordio su un’auto da rally risale al 2009, quella passione che l’ha portato alla morte. Tifoso dell’Inter, ne seguiva spesso le vicende con grande partecipazione, lo sport era comunque il suo mondo quotidiano. Sapeva e studiava di ciclismo e, nel mese scorso, aveva già compiuto una ricognizione sul percorso del prossimo campionato del mondo, quello che si correrà a Melbourne il 3 ottobre. Lo aveva voluto visionare in anticipo per cominciare la preparazione del piano azzurro. Era meticoloso e attento e voleva vincere ancora, com’era nel suo carattere. Ad aprile, gli organizzatori della Roubaix, lo ricorderanno come un “grande”: questo significa che Franco Ballerini ha lasciato anche un segno profondo come atleta, oltre che un vuoto incolmabile in tutto il mondo del ciclismo.
da «Il Messaggero» dell'8 febbraio 2010 a firma Gabriele De Bari
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13:01 8 Febbraio 2010
| Vincenzo
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Pochi giorni fa, alla vigilia della corsa di Donoratico, Franco Ballerini era in compagnia di Paolo Bettini e di un amico comune, che domandò loro chi glielo facesse fare. In sintesi, se avessero ben chiari in testa i pericoli nascosti nelle pieghe delle corse automobilistiche, una passione che li rendeva fratelli ancor più di quanto già non fossero. Ballerini più o meno rispose così: «Quei rischi non sono nulla rispetto ai brividi provati da corridore». Il destino purtroppo non fa quei distinguo. Per «Ballero» aveva deciso diversamente. Ballero: tutti lo chiamavano così per abbreviare ma anche per creare un senso di complicità con un uomo che non chiedeva di meglio. Sempre disponibile, educato sia quando correva che nella veste di commissario tecnico, poi. Gliel’avevano cucita addosso, quella seconda veste, nel 2001, pochi mesi dopo la sua ultima corsa, la mitica Parigi-Roubaix che l’aveva reso celebre. «Merci Roubaix», c’era scritto sulla sottomaglia che aveva sfoggiato al velodromo della cittadina francese subito dopo l’arrivo. Si era classificato appena trentaduesimo, ma tutto il pubblico era scattato in piedi a tributare l’ultimo applauso a uno dei campioni che avevano scritto la storia della corsa. Eppure l’approccio con quella sfida unica al mondo, pavé polvere sofferenza, una gara da fachiri, non aveva sorriso al Ballero. Nel 1993 aveva trascinato in fuga il francese Duclos-Lassalle che stava mangiandosi la lingua per stargli a ruota. E implorava: non staccarmi, ho tutta la famiglia che mi aspetta sul traguardo… Un trucco vecchio come il mondo, nel ciclismo, ma spesso chi coltiva buoni sentimenti ci casca. Il Ballero stava già alzando le mani sul traguardo quando Duclos-Lassalle lo pugnalava alle spalle, lo bruciava per una gomma. «Smetto di correre - disse quel giorno -, non voglio finire come Poulidor e tanti altri, gli eterni secondi». Per fortuna ci ripensò. Da allora due vittorie, un terzo, due quinti e un sesto posto. Perciò in Francia lo gratificarono del titolo «monsieur Roubaix» e gli diedero pure la cittadinanza onoraria di quel grande borgo nero di carbone ai confini con il Belgio. Monsieur Roubaix è un’etichetta che riassume una carriera, perché dopo le primavere ruggenti, complice un’allergia che lo tormentava a maggio e giugno, si accontentava di fare il perno, il suggeritore delle sue squadre. Così il passaggio al ruolo di citì azzurro, favorito dal no di Beppe Saronni all’offerta della Federciclismo, sembrò a tutti logico anche se il Ballero a quel tempo, era il 2001, aveva soltanto 37 anni. Dimostrò subito grande maturità anche dall’ammiraglia, perché era bravo ma anche furbo e umile il giusto, si era messo nelle mani di Alfredo Martini e ascoltava i suggerimenti del vecchio lupo dopo aver conquistato la sua fiducia correndo cinque Mondiali al suo servizio da perfetto regista. Diciamo che Martini, ai suoi tempi, per andare a caccia del Mondiale abbinava la sapienza tattica a un pizzico di libertà, di estro diceva lui, da lasciare ai corridori, perché in corsa non si sa mai. Il Ballero era più rigido, la sua doveva essere una squadra di soldati votati tutti al capitano unico. Venne criticato qualche volta, perché quando il capitano faceva cilecca non aveva altri colpi in canna, ma alla lunga i risultati gli hanno dato ragione. Durante la sua gestione, quattro maglie iridate (Cipollini, due volte Bettini, Ballan) e un titolo olimpico (ancora Bettini ad Atene 2004). Il Ballero era sposato con Sabrina, due figli maschi. Gran tifoso dell’Inter, si affacciava volentieri ad Appiano Gentile. Non aveva trasmesso ai figli il dna avuto in eredità dal padre, un buon dilettante del pedale. Entrambi i suoi eredi si erano dedicati al calcio, il maggiore anche con buoni risultati. Ballerini era un toscano purosangue ma anche un po’ atipico, senza la lingua sferzante e la battuta velenosa sempre in tasca. Forse perché le sue radici fiorentine erano piantate nella zona del Mugello che già aveva dato i natali a Gastone Nencini, un altro come lui, un po’ «piemontese» per così dire. Ma era tutt’altro che glaciale. Il presidente del Coni, Gianni Petrucci, ricorda ancora come venne lanciato in aria dal Ballero sul traguardo di Atene, dopo il successo di Bettini. Aveva tanta adrenalina dentro, monsieur Roubaix, e ogni tanto aveva bisogno di scaricarla. Forse anche per questo, da due anni a questa parte, aveva scelto i rally.
da La Stampa a firma di Gianni Romeo
Damiano Cunego ha saputo della morte di Ballerini mentre era fuori in bicicletta, a provare alcuni nuovi modelli da cronometro. E non ce l'ha fatta a continuare l'allenamento. Cunego, qual è stata la sua prima reazione? «Di rabbia, perché è assurdo che uno come “Ballero” muoia così. Proprio lui, che era sempre prudente e attento». Anche lei ha l'hobby dei rally e ha fatto qualche gara. «E ne avevo parlato spesso con Franco, per questo posso dire che non era spericolato». Avevate mai corso insieme? «No, lui era molto più impegnato e bravo di me nei rally. La mia è solo una passione, un divertimento ogni tanto». Da ciclista Ballerini era un temerario, eppure il destino gli ha teso un tranello in auto, e come navigatore… «Pilota o navigatore non fa differenza, i rally sono pericolosi. Ma un incidente come quello capitato a Franco chissà quante volte succede senza conseguenze così terribili. Contro la fatalità non puoi combattere». Quando l'aveva conosciuto? «Era il 2003, in una corsa in Cina. Lui era già ct azzurro, mi parve una persona gentile e preparata. Non aveva il piglio autoritario di chi comanda. E mi fu subito simpatico». Che cosa apprezzava di lui? «Era un uomo di parola, aperto, sempre comunicativo». Dopo il Mondiale di Varese 2008, lei parve non gradire il 2º posto alle spalle dell'altro azzurro Ballan, come se ce l'avesse anche con Ballerini. «Proprio in quell'occasione Franco si dimostrò una grande persona. Mi disse che dovevo essere contento per l'argento, che comunque aveva vinto un corridore italiano. E che io sarei stato l'uomo di punta dell'Italia per Mendrisio 2009. Come infatti poi avvenne». I risultati però all'ultimo Mondiale non sono stati altrettanto esaltanti. «Ma Ballerini aveva mantenuto la parola e non solo con me». Con chi altri? «Chiedete in giro ai corridori se qualcuno ce l'aveva con Ballerini. Tutti gli sono riconoscenti, Bettini, Ballan, Petacchi, Cipollini, Paolini, Rebellin…». Qualche rammarico, ora che Ballerini non c'è più? «Sì, non averlo salutato sabato scorso prima del Gp Riva degli Etruschi. Pioveva, faceva freddo, così sono corso via subito dopo la firma. Se adesso penso che non lo vedrò mai più…». Che cosa sa o ricorda del Ballerini corridore? «Le sue straordinarie Roubaix. Proprio pochi giorni fa una tv stava riproponendo le immagini delle sue vittorie nel '95 e '98. Così gli ho telefonato per dirgli di guardarle. Mi ha ringraziato e abbiamo ricordato insieme». Che cosa mancherà al ciclismo e a lei senza Ballerini? «Franco era un grande ct, ma quello è il meno, se ne farà un altro. A me mancherà la persona, la sua correttezza, il modo di porsi e di parlarti. Cose che nessuno mi ridarà mai».
da La Stampa a firma di Giorgio Viberti
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13:01 8 Febbraio 2010
| Vincenzo
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| | Qualiano (NA) | |
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Saluto un amico: credo che saranno in molti a dire questa stessa frase, perché Franco Ballerini era insuperabile nel farsi amici. Era paziente, mansueto, tollerante. Ascoltava, mediava, smussava. Piaceva a tutti, gli piacevano quasi tutti. A 45 anni stava diligentemente costruendosi una sua solida e indistruttibile saggezza. Un po’ sfruttando l’indole personale, un po’ succhiando pazientemente dal biberon senza fondo del suo papà sportivo, quel magnifico e argutissimo maestro di vita che risponde al nome di Alfredo Martini, predecessore sull’ammiraglia azzurra del ciclismo.
Gran bella coppia, questa. Unica nel mondo dello sport italiano, ma forse mondiale: l’uno col doppio degli anni dell’altro, capaci di capirsi con un semplice battito di ciglia. Tra tante storie di cinismo e di interesse, una storia romantica. Il grande vecchio che impara ad amare l’erede mentre ancora è un suo corridore in nazionale, quindi il naturale passaggio di consegne, quando i limiti dell’età impongono al glorioso cittì di mettersi comodo. Da Martini a Ballerini: fanno talmente rima, che diventano una cosa sola. Tante vittorie prima, altrettante vittorie poi. Dirà sempre Ballerini: «Per me, Alfredo è come un padre». Dirà sempre Martini, ripetendolo in lacrime soprattutto adesso: «Per me, Franco è come un figlio». Ci vorrà del tempo, per accettare l’idea di non vederli più insieme.
Che ci faceva un cittì della nazionale su una macchina da rally? Sono in molti a chiederselo adesso, davanti alla notizia agghiacciante. Risponderei così: Ballerini non era fuori posto, o fuori di testa, stava semplicemente godendosi una passione. Non era uno di quegli sfizi che improvvisamente esplodono negli uomini di mezza età. Ballerini ha amato il motocross da ragazzo, ha amato le pietre della Roubaix da corridore, adesso amava il rally a quattro ruote. Non mi sembra neppure forzato, o fintamente poetico, leggere in questa trafila un po’ tutta la metafora di una vita intera: Ballerini non amava le passatoie rosse, si sentiva a suo agio sui terreni sconnessi. I sentieri fangosi del motocross, il pavé tritaossa della Roubaix, gli sterrati ghiaiosi del rally: sempre sobbalzi, scosse, botte alle reni. Per non uscire di strada, tanta concentrazione, tanto carattere, tanta resistenza, e un ottimo colpo d’occhio: come nella vita. Senza i talenti del fuoriclasse, Ballerini ha costruito le sue fortune soffrendo molto sui terreni impervi. Da corridore ha vinto due Roubaix, da cittì ha vinto quattro mondiali e un’Olimpiade: sempre e comunque sudandosi tutto, con metodica applicazione, senza aspettare regali caduti dall’alto. Come persona aveva garbo e toni delicati, come agonista era tenace e brutale come un primitivo. Questa forza rivestita di velluto l’aveva espressa in tanti momenti estremi della vita sportiva, fango-ghiaccio-polvere, ma soprattutto nei giorni difficili di una pesantissima prova familiare: la malattia del suo figlio più piccolo, fortunatamente poi risolta con un delicatissimo intervento chirurgico. Aveva questo di bello, il gigante della Roubaix, il cittì d’oro: sapeva incassare vittorie e sconfitte, gioie e sofferenze, belle notizie e brutte novità, senza mai sbandare paurosamente. Aveva una sua bussola sempre davanti, non perdeva il senso d’orientamento, non si faceva fuorviare da nulla. Sapeva trovare la strada per sé, sapeva indicarla anche agli altri. Come nei rally: era un grande navigatore. Tante volte l’ha indicata pure a Paolo Bettini. Altra storia particolare, parallela a quella con Martini. Se il glorioso cittì era il padre, Bettini era il fratello minore. All’inizio si erano ritrovati in nazionale, Ballerini come cittì, Bettini come capitano. Poi, una medaglia via l’altra, ma anche con qualche sonora sconfitta, il legame si era rinforzato come fosse di sangue. Quando poi Bettini aveva smesso di correre, Ballerini se l’era di nuovo chiamato vicino, come assistente, a partire dall’ultimo Mondiale di Mendrisio. Già si profilava netto il futuro: dopo che Martini aveva allevato Ballerini, questi aveva cominciato ad allevare Bettini, per una nuova e futuribile successione in salsa toscana. Nell’attesa, a tempo perso, si divertivano a correre in macchina, lungo gli itinerari stravaganti del fuoristrada, qualche volta anche uscendo di strada. Non erano un equipaggio: erano una strana coppia, che sapeva gustarsi il gusto pieno del proprio hobby, prima di tornare al lavoro, sulle cose serie, migliore di prima. Dietro alla salma e al ricordo di Ballerini ora c’è già un lunghissimo corteo. Il mondo che l’ha amato sta cercando di dimostrarglielo. Il ciclismo, in particolare, perde la sua faccia rispettabile e rispettata, in giro per il mondo. Ballerini, dopo e con Martini, perpetuava un mezzo prodigio: suscitava e raccoglieva stima a livello internazionale, più di quanta ne meriti il movimento rappresentato. Se l’Italia della bicicletta ha ancora una sua autorevolezza e un suo prestigio, è soltanto grazie all’autorevolezza e al prestigio dei suoi cittì azzurri. Non è l’omaggio scontato e ruffiano davanti a un giovane uomo di 45 anni che muore troppo presto, nel modo più inaccettabile: è la pura e semplice realtà. In fondo, si vive per questo: per fare qualcosa, per lasciare qualcosa. Franco Ballerini, nel breve tempo che il cielo gli ha concesso, ci è pienamente riuscito. È una cosa bella. È un segno che resta. Ed è il motivo per cui adesso, oltre a piangerlo, si ritrovano già tutti a rimpiangerlo.
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14:28 8 Febbraio 2010
| Giuseppe Costa
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| | Villabate (PA) | |
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Gian ha scritto:
“Ho letto e riletto le parole di Giuseppe e come dice Renzo sono le domande che ci poniamo tutti. Le domande di sempre. Personalmente credo che ci sia soltanto una risposta. E la risposta non la si trova nelle vicende umane. Assolutamente nulla è nelle nostre mani. Qualsiasi cosa accada è stabilita da “qualcosa” ben al di sopra di noi.
E allora dobbiamo sforzarci di pensare che Franco , dopo aver recitato al meglio il suo compito qui, tra di noi, adesso stia correndo con gioia la sua “Roubaix” più bella. Senza sassi.Senza pavè. Senza fine. E ci stia aspettando, tutti quanti, felice, al traguardo!
Ciao “Ballero”, senza retorica nel to caso, non ti dimenticheremo mai!!! ”
Voglio credere che dopo aver recitato al meglio il suo compito qui… ci stia aspettando, tutti quanti, felice, al traguardo!
A Dario… (e tutti coloro scoparsi senza logica alcuna)
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