« La bicicletta insegna cos'è la fatica, cosa significa salire e scendere - non solo dalle montagne,
         ma anche nelle fortune e nei dispiaceri - insegna a vivere. Il ciclismo è
             un lungo viaggio alla ricerca di se stessi. »

Gennaio 18 2010

Ecco il piano segreto per riprendersi la rosa

CASSANO MAGNAGO Gli sguardi, gli attimi e le sensazioni sono quelli di sempre, che ormai abbiamo imparato a conoscere. Dal piano di sotto arrivano le urla dei giochi scatenati del piccolo Santiago, mentre Domitilla finisce di colorare un disegno e Micaela prepara la cena. Calore di casa, la forza delle piccole cose. Quelle quattro mura di Cassano Magnago hanno il potere di ovattare le sensazioni e scacciare la paura: per un attimo le tensioni di una stagione troppo importante sembrano lontane. Ci si può concedere il lusso di parlarne con tranquillità, quasi una chiacchierata tra amici.
Alle spalle un anno lunghissimo, con più di cento corse. Di fronte una stagione che si annuncia diversa, a cominciare dalla data del debutto: marzo, giro di Catalogna. «Già - butta lì un Ivan come sempre sicuro di ogni sua singola parola - quest’anno inizierò un po’ tardi. Come ho fatto nel 2006».
Messaggio ricevuto. Ma guardiamo indietro per l’ultima volta: che anno è stato il 2009?
Un anno utile. Perché se ci sono state delle cose che non hanno girato come mi aspettavo, almeno sono riuscito a capirne il motivo. So dove ho sbagliato, e so cosa devo fare per non sbagliare più.
Sentiamo.
L’anno scorso sono stato sempre in sella, più di cento corse: son tante. Cento corse nelle quali ero praticamente costretto a fare bene perché avevo tutti gli occhi addosso. Ho corso per tutta la stagione con una pressione altissima, e non sono mai riuscito a trovare il massimo della condizione. Andavo forte, sì, ma non ho mai toccato quel top che serve per vincere una corsa importante.
Perché la prossima stagione sarà diversa?
Perché sarò diverso io. Perché ho capito cosa devo fare per tornare a vincere il Giro.
Ovvero?
Sono tre i punti sui quali ho capito che devo insistere per tornare grande. Le crono, innanzitutto: nel 2006 ho costruito lì i miei successi, mentre lo scorso anno sono andato male. Perdevo minuti, le gambe non spingevano, ed ero pure stilisticamente brutto da vedere.
Quindi?
Quindi, basta. A ottobre in una riunione con i vertici della Liquigas abbiamo deciso di tornare a lavorarci sopra, e tutti i giorni dedico almeno tre ore a questa specialità. Ho sempre in testa la frase che Riis mi disse quando andai alla Csc: «Uno come te che va forte in salita, non può andare piano a cronometro. Basta che si alleni».
Il secondo punto?
Sono stato tanto, troppo tempo lontano dalle corse. Ed è ovvio che in quei due anni il mio essere maniacale, il mio curare ogni dettaglio si sia un po’ perso. Devo ritrovarlo, e sto parlando più che altro dell’attenzione all’aspetto alimentare: un nutrizionista mi sta seguendo, e con lui sto seguendo un programma che mi servirà. Molto.
E poi?
E poi c’è l’aspetto più importante, c’è quella che non ho paura di chiamare la mia personale svolta. Una svolta mentale, una libertà di testa che prima non avevo e che ora ho trovato, un atteggiamento nuovo e un nuovo modo di guardare le cose e, quindi, di correre in bici.
Ce lo racconta?
Lo scorso anno correvo con il freno a mano tirato. Mi pareva di essere in debito con tutti, credevo che con quello che mi era successo non avessi il diritto di parlare, di dire quello che pensavo, di correre come mi andava, di stare in sella come gli altri ciclisti. Prima di fare qualcosa, pensavo. Sbagliato.
E ora?
E ora c’è un Ivan libero: perché quello che è successo, è successo. Ed è cancellato. Un Ivan libero di correre come ha sempre fatto, senza costrizioni, senza blocchi, senza troppe menate.
Da dove arriva questa nuova consapevolezza?
Devo ringraziare la mia squadra. Sono stati loro a farmi capire quanto sono importante per loro, quanto loro vogliono vincere il Giro con me, quanto credono in Ivan Basso.
Eppure qualche mese fa i dirigenti della Liquigas non si sono fatti troppi problemi a dichiarare che il capitano per il prossimo Giro sarà Pelizzotti.
E’ tutta una questione di leadership. Leadership che lo scorso anno non ho avuto e non l’ho avuta per colpa mia: è normale che Franco, con cui ho un ottimo rapporto e del quale ho una stima infinita, abbia avuto la possibilità di qualche dichiarazione forte o di un paio di azioni importanti, come quella sul Blockhaus. Era il mio non essere leader a permettere queste cose.
E ora?
Ora io mi sento sempre più leader. E questa squadra la sento sempre più mia. Voglio tornare a vincere il Giro.
Che corsa sarà?
Bellissima: ci saranno tutte le montagne più belle. Ho fatto una bella “x” su dodici tappe, che saranno quelle decisive per tornare a Cassano in rosa.
Un Giro da vincere, e qualche settimana dopo il ritorno al Tour…
Il Tour è la mia corsa, quella che mi ha lanciato e quella che mi si cuce addosso come un abito perfetto. L’ultima volta me ne sono andato dal Tour a testa bassa su una macchina, è un’immagine che voglio cancellare.
In Francia per fare faville, insomma?
Dopo un Giro corso come ho intenzione di correrlo, è difficile pensare di andare al Tour per vincere. Ma una cosa è certa: nelle tappe più dure e sulle salite più belle, io ci sarò.

di francesco caielli

(fonte la provincia di varese)

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